In Villa Caffetto c’è la storia dell’artista-imprenditore che desidera costruire intorno a sé un luogo capace di rispecchiare la propria visione del mondo. C’è quella dell’architetto che trasforma quel desiderio in spazio. C’è una donna che è moglie, mamma e partecipa all'attività lavorativa di famiglia. Ci sono due figlie che crescono dentro quell'architettura e che oggi, divenute custodi di quella memoria, scelgono di riaprire la casa.
CALCINATO (BRESCIA) - Ci sono case museo che si visitano per ammirare ciò che hanno conservato, altre nelle quali, invece, si ha la sensazione di entrare dentro una storia ancora in corso. Villa Caffetto, a Calcinato, nel Bresciano, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Qui l’architettura, le opere d’arte, gli arredi e la memoria della famiglia non costituiscono elementi separati, ma parti di un unico racconto.
Visitare Villa Caffetto significa innanzitutto attraversare un’architettura sorprendente, progettata nei primi anni Settanta dall’architetto Fausto Bontempi per Claudio Caffetto, artista e imprenditore bresciano. Ma significa anche entrare nella casa che Caffetto abitò con la moglie Franca Manera e le figlie Metilde e Giovanna, e scoprire un luogo nel quale la dimensione privata non è mai stata realmente separata da quella artistica e culturale. Regione Lombardia ha inserito la villa nel censimento delle architetture del Novecento di interesse regionale, riconoscendone il particolare valore architettonico.
La visita della villa assume un carattere particolare: non si osserva semplicemente una casa del passato, ma si entra in un ambiente nel quale la vita familiare, la ricerca artistica e la sperimentazione architettonica continuano a essere leggibili stanza dopo stanza.

Claudio Caffetto: imprenditore, artista, uomo di relazioni
Per comprendere davvero Villa Caffetto bisogna partire dal suo committente. Claudio Caffetto non fu semplicemente il proprietario che affidò a un architetto la costruzione della propria abitazione. La villa nasce infatti dalla personalità estremamente curiosa e poliedrica del suo committente.
Nato nel 1942, Caffetto entrò molto presto nel mondo del disegno e dell’arte. A soli quattordici anni, dopo la morte della madre, iniziò a lavorare nello studio dell’architetto Bruno Fedrigolli, esperienza che avrebbe contribuito a sviluppare in lui una precoce passione per l’architettura. Parallelamente frequentò corsi serali di disegno e scultura e si avvicinò all’ambiente artistico bresciano, entrando in contatto, tra gli altri, con Renato Laffranchi e Guglielmo Achille Cavellini.
La sua vicenda professionale prese quindi una strada apparentemente diversa ma, in realtà, profondamente intrecciata con quella artistica. Ancora giovanissimo fondò a Brescia la Metalpilter, inizialmente una bottega artigiana specializzata nella produzione di oggetti artistici in peltro. Nel 1968 l’attività si trasferì a Ponte San Marco di Calcinato, avvicinandosi al luogo nel quale sarebbe sorta la villa.
Caffetto fu così contemporaneamente imprenditore, progettista di oggetti, pittore, scultore e promotore culturale. Le sue competenze artigianali e industriali non furono mai estranee alla sua attività artistica: materiali, tecniche di lavorazione e possibilità produttive diventavano strumenti della sua ricerca.
Nel 1963 sposò Franca Manera, che lo affiancò sia nella vita familiare che nell’attività professionale. La coppia ebbe due figlie: Metilde, nata nel 1964, e Giovanna, nata nel 1972. La famiglia sarebbe diventata il nucleo attorno al quale la villa avrebbe assunto la sua particolare identità.
Quando Caffetto commissionò la villa, dunque, non stava semplicemente cercando una casa. Aveva già maturato una concezione dell’abitare nella quale la dimensione domestica poteva convivere con quella espositiva, produttiva e relazionale.
La villa doveva essere abitazione, atelier, luogo di esposizione e luogo di incontro.



Una casa pensata come museo
È proprio questo uno degli aspetti che rendono Villa Caffetto particolarmente interessante nel panorama delle case museo italiane.
La funzione museale non è infatti sopraggiunta molti anni dopo, trasformando una casa privata in museo. Era presente nel progetto originario. Caffetto chiese a Fausto Bontempi di progettare una residenza nella quale una parte degli spazi potesse essere destinata all’esposizione delle opere e all’accoglienza di artisti.
La casa divenne così un vero e proprio cenacolo artistico. Vi passarono, tra gli altri, Miguel Berrocal, Alberto Meli, Gino Cosentino, Rinaldo Pigola, Franco Grignani, Dadamaino, Delima Medeiro, Hsiao Chin e Achille Cavellini.
Da queste relazioni nacquero ulteriori iniziative, fra cui le Edizioni d’Arte Caffetto, dedicate alla produzione di multipli in bronzo, alluminio, rame e peltro. La villa non era dunque il semplice contenitore della collezione di un artista: era uno degli strumenti attraverso i quali Caffetto costruiva e alimentava una rete di rapporti tra arte, artigianato, industria e cultura.
È significativo che nella casa convivano ancora oggi opere dello stesso Caffetto, lavori di artisti suoi amici, oggetti prodotti o progettati nel suo ambiente e arredi appositamente concepiti per gli spazi. L’insieme non appare quindi come una collezione ordinata secondo criteri museografici tradizionali, ma come il risultato sedimentato di una vita.

Fausto Bontempi e l’ombra di Carlo Scarpa
Se la personalità di Caffetto spiega il programma della villa, quella di Fausto Bontempi ne spiega la forma.
Nato a Toscolano Maderno nel 1935, Bontempi si formò prima all’Accademia di Brera e poi nelle facoltà di Architettura di Milano e Venezia, dove si laureò nel 1962. A Venezia ebbe modo di confrontarsi con figure fondamentali dell’architettura italiana del Novecento, fra cui Giuseppe Samonà, Lodovico Belgiojoso, Franco Albini e Carlo Scarpa.
Ed è proprio la presenza di Scarpa nella formazione di Bontempi che viene spontaneo ricordare visitando Villa Caffetto.
Non perché la villa possa essere definita semplicemente “scarpiana”, né perché Bontempi ne riproduca lo stile. Il rapporto è più sottile e, proprio per questo, più interessante.
Di Scarpa, Bontempi sembra condividere soprattutto una certa idea dell’architettura come esperienza sensoriale, nella quale il progetto non si esaurisce nella forma generale dell’edificio, ma si costruisce attraverso il rapporto fra materia, luce, dettaglio e percorso.
A Villa Caffetto il cemento non è semplicemente una struttura: diventa superficie, texture, elemento plastico. Il legno introduce calore, la pietra varia la percezione tattile e cromatica, il vetro dissolve i confini tra interno ed esterno. I passaggi, le scale, gli affacci e i cambi di quota obbligano inoltre il visitatore a scoprire l’edificio progressivamente.
È proprio questo modo di costruire la percezione attraverso il movimento che può richiamare la lezione di Scarpa.
Anche il rapporto fra architettura e natura assume una particolare intensità. La villa non si limita ad affacciarsi sul paesaggio: vi si immerge, seguendo la morfologia della collina e lasciando che la luce e la vegetazione entrino continuamente negli spazi. Le grandi vetrate, i lucernari e le aperture sono progettati per catturare punti di vista e condizioni luminose differenti.
È una sensibilità che appartiene alla cultura architettonica di Scarpa, ma che Bontempi interpreta in maniera autonoma e molto personale.

Un’architettura senza una vera facciata
Arrivando alla villa, la prima impressione è quella di trovarsi davanti a qualcosa che difficilmente può essere ricondotto all’immagine tradizionale della casa.
Il cemento armato a vista costituisce la materia dominante, ma non è solo una scelta costruttiva: è un elemento espressivo. Alla sua rudezza vengono accostati il legno, il vetro, la pietra, il metallo e diverse tonalità cromatiche.
La villa è stata spesso ricondotta all’architettura brutalista, ma questa definizione, pur utile, non è sufficiente a esaurirne la complessità. L’uso espressivo del cemento è infatti accompagnato da una grande attenzione alla luce, al colore, alla materia, alla vegetazione e alla percezione del movimento.
Più che una facciata, la casa sembra avere una molteplicità di fronti. La ragione è nella sua composizione: il visitatore non incontra un prospetto principale che riassume l’edificio, ma una successione di volumi, aggetti, rientranze, terrazze, vetrate, aperture e passaggi che cambiano continuamente a seconda del punto dal quale si osservano.

La collina entra nella casa
Uno degli aspetti più interessanti di Villa Caffetto è il rapporto con la morfologia del terreno.
L’edificio non viene semplicemente appoggiato sulla collina: ne segue il dislivello e lo trasforma in materia progettuale. I livelli della casa si sfalsano, si interrompono, cambiano quota. Scale, rampe, terrazze e passaggi costruiscono un movimento continuo.
All’esterno, terrazzamenti, fioriere, rampicanti e giardini pensili contribuiscono a rendere meno netta la distinzione tra costruito e natura. All’interno, invece, le grandi superfici vetrate consentono al paesaggio di entrare letteralmente negli ambienti.
È un principio progettuale oggi molto discusso, ma negli anni Settanta aveva una notevole forza sperimentale: non si tratta semplicemente di “portare il verde in casa”, bensì di concepire edificio e giardino come parti di un unico organismo.
La natura diventa così una componente mobile dell’architettura. Cambia con le stagioni, con il tempo atmosferico e con l’ora del giorno; di conseguenza cambia anche la percezione della casa e
le vetrate a parete e a soffitto catturano prospettive differenti.
La luce, quindi, non è un elemento aggiunto al progetto: è uno dei materiali con cui il progetto viene costruito.

Il percorso al posto delle singole stanze
Entrando nella villa si comprende come Bontempi abbia messo in discussione anche un altro principio fondamentale dell’abitazione tradizionale: la separazione netta fra gli ambienti.
Non ci troviamo davanti a una sequenza convenzionale di ingresso, soggiorno, corridoio, camere e servizi. La pianta si organizza piuttosto attraverso una serie di relazioni spaziali, percorsi e compenetrazioni.
L’ingresso costituisce un punto importante dell’organizzazione dell’edificio, ma da essa si diramano direzioni differenti. Scale interne ed esterne, balconi, passaggi, affacci e ponti producono una sorta di esperienza labirintica.

Materia, colore e dettagli
Se il cemento conferisce alla villa la sua forza strutturale ed espressiva, sono però gli altri materiali a impedirle di diventare un’architettura monotona.
Il legno introduce una dimensione più calda e domestica; il vetro dissolve in molti punti il confine fra interno ed esterno; la pietra accentua alcuni passaggi e introduce variazioni tattili e cromatiche.
Particolarmente importante è l’uso dell’ardesia e delle pietre colorate: pavimenti in ardesia lucidata a cera, con inserti in marmo rosa di Asiago negli interni, mentre negli spazi esterni compare anche il rosso di Verona.
Il risultato è significativo: il cemento, apparentemente severo e freddo, dialoga continuamente con materiali, colori e presenze naturali che ne attenuano la durezza.
È uno degli aspetti che permettono di comprendere perché definire Villa Caffetto semplicemente “brutalista” rischi di essere riduttivo. La materia grezza non è mai fine a se stessa: viene fatta dialogare con la luce, con il colore e con la vegetazione.

Arte, design e vita quotidiana
Uno degli aspetti più affascinanti è che qui l’arte e il design non sono stati aggiunti alla casa in un secondo momento.
Erano parte del progetto fin dall’inizio.
La villa è dunque molto più di una collezione ospitata dentro una casa: è una casa progettata intorno all’arte.
Anche gli arredi partecipano alla costruzione dell’identità della villa.
Claudio Caffetto progettò personalmente alcuni mobili e tavolini, poi realizzati dal fratello Renato, e la loro presenza mostra ancora una volta come nell’universo Caffetto i confini tra artista, artigiano, imprenditore e progettista fossero estremamente fluidi. La casa non viene arredata dopo essere stata costruita: mobili, illuminazione, opere e architettura concorrono alla definizione dell’ambiente.
Caffetto trasformò la propria abitazione in un luogo d’incontro per artisti e in uno spazio nel quale esporre le opere. La villa divenne così un punto di riferimento per una rete di artisti e intellettuali e ospitò nel tempo opere e incontri legati alla vivace scena artistica italiana del secondo Novecento.
Anche gli arredi e l’illuminazione partecipano alla costruzione di questo universo. Il rapporto con il mondo del design e dell’industria, mostra ancora una volta quanto fosse permeabile, per Caffetto, il confine tra arte, produzione e progetto.
In questo contesto ci è sembrato particolarmente interessante il racconto di Metilde sul rapporto con la famiglia Guzzini e con la società marchigiana dedicata all’illuminazione.
Caffetto ebbe un rapporto personale e professionale con Guzzini che fu, per un periodo, socio dell’azienda. La presenza delle lampade iGuzzini nella villa si collega esplicitamente a questo rapporto e la relazione con Guzzini va dunque letta non come un episodio marginale, ma come parte di quella rete di amicizie, collaborazioni e contaminazioni che caratterizzava l’ambiente di Claudio Caffetto.

Il design e il rapporto con Guzzini
Anche gli arredi partecipano alla costruzione dell’identità della villa.
Claudio Caffetto progettò personalmente alcuni mobili e tavolini, poi realizzati dal fratello Renato, e la loro presenza mostra ancora una volta come nell’universo Caffetto i confini tra artista, artigiano, imprenditore e progettista fossero estremamente fluidi. La casa non viene arredata dopo essere stata costruita: mobili, illuminazione, opere e architettura concorrono alla definizione dell’ambiente.
In questo contesto è particolarmente interessante il rapporto con la famiglia Guzzini e con la società marchigiana dedicata all’illuminazione.
Caffetto ebbe un rapporto personale e professionale con Guzzini che fu, per un periodo, socio dell’azienda. La presenza delle lampade iGuzzini nella villa si collega esplicitamente a questo rapporto e la relazione con Guzzini va dunque letta non come un episodio marginale, ma come parte di quella rete di amicizie, collaborazioni e contaminazioni che caratterizzava l’ambiente di Claudio Caffetto.

Una casa abitata dall’arte
Forse il modo migliore per comprendere Villa Caffetto è osservare come le opere non siano state semplicemente collocate al suo interno.
Sono parte dell’architettura. Sculture, dipinti, multipli e oggetti occupano mensole, nicchie, balconate e superfici; compaiono lungo i percorsi e negli ambienti domestici. Il visitatore si trova continuamente davanti a una sovrapposizione di piani: la casa è contemporaneamente abitazione, atelier, galleria, deposito della memoria e opera d’arte.
Sul tetto si trova anche l’atelier-serra nel quale Claudio Caffetto lavorava, conservato nella sua impostazione originaria. La presenza di questo spazio rende ancora più evidente il carattere produttivo della villa: non solo un luogo nel quale vivere e mostrare l'arte, ma un luogo nel quale l’arte veniva materialmente prodotta.
Una casa del Novecento che parla al presente
A distanza di oltre mezzo secolo dalla sua realizzazione, Villa Caffetto conserva una sorprendente attualità.
Molti dei temi che oggi consideriamo centrali nella progettazione (il rapporto fra interno ed esterno, la continuità con il paesaggio, la centralità della luce naturale, la fluidità degli spazi, la contaminazione fra funzioni, l’integrazione fra arte e architettura) sono già presenti qui in una forma radicale.
Ma l’aspetto forse più interessante è che la villa non appare come un manifesto teorico. È il risultato concreto di una vicenda umana.
C’è l’artista-imprenditore che desidera costruire intorno a sé un luogo capace di rispecchiare la propria visione del mondo. C’è l’architetto che trasforma quel desiderio in spazio. C’è una moglie che partecipa alla vita familiare e all'attività lavorativa di famiglia. Ci sono due figlie che crescono dentro quell’architettura e che oggi, divenute custodi di quella memoria, scelgono di riaprire la casa.
Ed è proprio questo passaggio generazionale a rendere particolarmente significativa la sua trasformazione in casa museo.
La villa non viene musealizzata cancellando le tracce della vita precedente: al contrario, è la vita precedente a costituire il principale oggetto della visita.
Il valore di una casa che torna a vivere
Uscendo da Villa Caffetto, ciò che rimane non è soltanto la memoria di una straordinaria architettura degli anni Settanta.
Rimane soprattutto la sensazione di aver incontrato un luogo nel quale architettura e vita sono state inseparabili.
La villa è stata progettata per essere abitata, ma anche per essere attraversata; per accogliere la famiglia, ma anche gli artisti; per custodire opere, ma anche per produrne di nuove. È stata casa e atelier, galleria e laboratorio, luogo privato e spazio di relazione.
Oggi, grazie alle figlie di Claudio Caffetto, questa complessa identità può essere nuovamente condivisa con il pubblico.
Ed è forse proprio la presenza di Metilde e Giovanna a fare la differenza. Quando una figlia racconta dove si viveva, dove si lavorava, quali oggetti appartenevano al padre, quali erano le abitudini familiari e quali episodi sono legati a un determinato ambiente, l’architettura smette per un momento di essere soltanto materia.
Torna a essere esperienza.
Il cemento torna a essere la parete della casa; una scala torna a essere il percorso quotidiano; un’opera torna a essere qualcosa che qualcuno ha guardato, discusso, scelto e magari spostato; un mobile torna a essere parte di una vita familiare.
È questo, in fondo, uno dei significati più profondi di una casa museo: non soltanto conservare gli spazi, ma conservare la possibilità di comprenderli.
Villa Caffetto merita quindi di essere visitata per la sua architettura, certamente; per il suo rapporto con il paesaggio, per l'uso sperimentale del cemento, del vetro, del legno e della pietra, per la qualità della luce, per gli arredi e per le opere d'arte.
Ma merita soprattutto di essere visitata perché è una casa nella quale tutte queste cose sono ancora legate alla storia delle persone che le hanno immaginate, vissute e amate.
Ed è proprio attraverso il racconto di chi quella casa ha abitato che l’architettura torna a essere, più che un oggetto da contemplare, un luogo da vivere nel presente, con la memoria.

